24 maggio 2017
Aggiornato 21:30
La psicologa risponde

Ortoressia, quando l’alimentazione «sana» può uccidere

Una vera e propria patologia che spinge le persone a mangiare cibi ritenuti sani, arrivando al fanatismo più totale. Vivana Zaccaria a Diario Salute TV «La preoccupazione per il cibo sano raggiunge livelli tali da compromettere la vita quotidiana e le relazioni sociali»

Il termine ortoressia viene utilizzato per indicare una preoccupazione patologica riguardo al consumo di cibi sani e naturali – spiega la dottoressa Viviana Zaccaria, psicologa di Torino. Naturalmente seguire un’alimentazione sana ed equilibrata è assolutamente normale e importante per ciascuno di noi. Tuttavia, nelle persone che soffrono di ortoressia, questa preoccupazione raggiunge livelli tali da compromettere anche la vita quotidiana e le relazioni sociali.

Una preoccupazione costante
«Le persone che soffrono di ortoressia passano molte ore della giornata a pensare al cibo, a selezionare e ricercare gli alimenti da acquistare, più in funzione degli effetti salutari ipotizzati piuttosto che in base alla piacevolezza del gusto – continua Zaccaria – Passano molto tempo a preoccuparsi di trovare le modalità di preparazioni più idonee e ritenute senza rischi per la salute. Ma non solo: pianificano con diversi giorni di anticipo per il timore di ingerire cibi ritenuti dannosi».

  • Approfondimento: cos’è l’ortoressia
    La parola ortoressia deriva dal termine greco Orthos (giusto) e Orexis (appetito). Il termine fu coniato nel 1997 da Steven Bratman. Si tratta di una condizione patologica che spinge l’individuo a mangiare sano a tutti i costi. Solo in Italia si contano oltre 300mila casi. Se non curata, l’ortoressia può arrivare a causare problemi cardiaci, ossei, muscolari, neurologici e persino la morte.

Un regime alimentare molto ristretto
«Tutte queste preoccupazioni fanno sì che si autoimpongano un regime alimentare molto rigido e restrittivo, che sentono di dover seguire a tutti i costi. In rispetto di queste regole alimentari, riescono ad avere un senso di controllo della propria vita e di autostima. Di conseguenza il senso del cibo assume un valore prioritario su tutto il resto. Mentre ogni piccola trasgressione porta a sensi di colpa, vissuti negativi aumentando, così, le regole restrittive».

Un senso di superiorità
«Seguire regole così ferree dà un senso di superiorità nei confronti di chi non segue lo stesso regime. Ciò comporta il compromettere le relazioni sociali perché tendono a non partecipare a situazioni di convivialità in cui c’è condivisione del cibo. Per esempio un aperitivo o una pausa caffè. Ma anche non ritenere degne di essere frequentate le persone che non sono come loro».

Manca la consapevolezza
«Difficilmente queste persone sono consapevoli del fatto che il loro comportamento ha un impatto negativo sul benessere emotivo relazionale e anche fisico. Per questo motivo l’intervento non è sempre facile. Quando è possibile si devono coinvolgere più figure professionali: deve esserci una figura medica e uno specialista dell’alimentazione che li aiuti a riprendere un’alimentazione realmente equilibrata e completa, insieme a uno psicoterapeuta che li aiuti a entrare in contatto con i vissuti emotivi che sono alla base di questo rapporto disfunzionale con il cibo e con le emozioni di sottofondo che spesso hanno a che fare con la paura della malattia e delle contaminazioni», conclude Zaccaria.