24 maggio 2017
Aggiornato 04:00
Alzheimer

Come comportarsi e parlare con un malato di Alzheimer

Marina Sozzi spiega a Diario Salute TV come comportarsi con un malato di Alzheimer in casa e come parlare con lui

Cosa fare e come comportarsi di fronte a un malato di Alzheimer o di altre forme di demenza? Come possiamo relazionarci con lui? A volte ci sembra che questo sia impossibile e facciamo veramente fatica a mantenere una relazione che non ha più, in alcun modo, le caratteristiche che aveva prima – spiega Marina Sozzi, presidente di Infine Onlus.

Penetrare nel suo mondo
«E’ molto difficile riuscire a comprendere che dobbiamo un po’ abbandonare quella che era la relazione nel passato per entrare in un’altra dimensione completamente diversa. È necessario lasciar andare anche quella che è la nostra razionalità per entrare almeno un po’ nel mondo del malato. Questa è l’unica possibilità che abbiamo per poterci relazionare con lui», continua Sozzi.

Mai rispondere sgarbatamente
«Dobbiamo cercare quindi di far sì che di fronte alle nostre risposte talvolta sgarbate, lui si chiuda in sé stesso e smetta di parlarci. Perdendo, di conseguenza, le relative abilità. La persona che ha l’Alzheimer e perde la memoria a breve non si ricorderà dopo cinque minuti qual era la domanda che ci aveva appena posto, per esempio: ‘Quando parti?’».

Come conversare con un malato di Alzheimer
«Se alla quinta volta che ripete la stessa domanda perdiamo la pazienza, in qualche modo noi interrompiamo quel canale di comunicazione che è l’unico possibile. Da un lato è un canale emotivo e dall’altro è un canale che ci permette di conversare – c’è una corrente di pensiero che si chiama conversazionalismo. Questa ci insegna che noi possiamo continuare a chiacchierare con la persona affetta da Alzheimer facendola parlare di altro rispetto a quello che ci ha chiesto. Per esempio se ci chiede ‘Quando parti?’ una risposta potrebbe essere: ‘ti ricordi quella volta che sei partito tantissimi anni fa…’. Il paziente può così attingere a ricordi che sono ancora vivi nella sua mente e che gli permettono di arrivare a una sua competenza. In questo modo anche lui può parlare di qualcosa che ricorda bene e che può condividere con noi. Tutto ciò ha lo scopo di farlo sentire vivo».

Condividere le gioie di un mondo sconosciuto
«La più grande difficoltà della persona che ha perduto in qualche modo il suo passato è il non sentirsi vivi. Si sente quasi che avendo perso la nostra storia non abbiamo più ragione e piacere di essere al mondo. Ma tale piacere può essere costruito attraverso una relazione che faccia appello non al nostro mondo, ma a quello del paziente che ancora c’è e ancora rimane», conclude Marina Sozzi.